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Storia

Storia di una famiglia di Pupari


Mi chiamo Salvatore Oliveri sono nato ad Alcamo, mio padre fu Gaetano e mia madre è Maria Concetta Canino ed è proprio della famiglia Canino che vogli

o parlarvi. Originaria di Trapani, la famiglia Canino si trasferì a Palermo nel 1700 con Luigi, sarto apprezzato dalla nobiltà palermitana di allora, nonno del padre di mio nonno Gaspare. Nel capoluogo siciliano nacque  Alberto, colui che in seguito diverrà il capostipite puparo della famiglia Canino. Don Liberto Canino, così chiamato, inizialmente costruiva pianini a cilindro. Nell’anno 1800 a Palermo arrivò Don Gaetano Greco,  un burattinaio proveniente da Napoli che divertiva la gente con pupazzi tipici della tradizione campana, tra cui Arlecchino, Pulcinella e Colombina.  In seguito trasformò gli stessi pupazzi in guerrieri e studiando la storia dei Paladini di Francia ne recita le gesta, entusiasmando i palermitani che in massa assistevano ai suoi spettacoli. 

Il Greco, per allietare le serate durante le pause dello spettacolo, assoldò dei musici che, strimpellando allegre melodie, rallegravano gli spettatori quando occorreva abbassare il sipario tra una scena e l’altra. 

 

Ma guerre, colera e malattie colpirono  Palermo, compromettendo gli incassi. Sorsero le prima difficoltà economiche tanto da non poter pagare neppure i musici, fu allora che il Greco notò per le strade palermitane dei pianini a cilindro che spinti da una manovella rallegravano la gente con le sue semplici note. Saputo che il costruttore era Don Liberto Canino 


comprò un pianino e lo invitò ad assistere allo spettacolo della sera. Don Liberto, insieme al suo aiutante, si recò a vedere lo spettacolo, ne rimase entusiasta, ma  trovò che i pupi fossero vestiti miseramente con rozze corazze, spade di legno ed elmi alla buona.  Pensò che “ i veri cavalieri devono essere vestiti nobilmente con armi brillanti e spade di acciaio”, così, l’indomani  si recò a Palazzo Reale e sulla base degli affreschi esistenti sui muri e sui tetti,  realizzò uno schizzo e costruì il suo primo pupo . 

Pur continuando a costruire pianini, aprì un teatrino all’Albergheria, antico quartiere di Palermo,  dove rappresentava cic


Nello stesso periodo Gaspare mise su famiglia, si sposò con Antonia Fundarò che gli diede tre figlie: Maria Concetta, Melchiorra e Rosetta. E’ evidente che il maschio che avrebbe dovuto continuare la tradizione non c’era. Gaspare era un artista completo e al contrario del padre era capace  di fare tutto ciò che serviva: scolpiva le teste, dipingeva le scene e i cartelloni, costruiva i pupi e sapeva persino dipingere i carretti.  Intanto morì Don Luigi, ma nella memoria della gente, quei pupi rimarranno sempre “ i pupi di Don Luigi”. I figli crescevano e ognuno si era creato una famiglia, fu proprio Maria Concetta a dare il primo nipotino a Gaspare: io,Salvatore,  e tutte le volte che mi prendeva in braccio pensava fra sé :” chissà se questo mio nipote un giorno farà il puparo”. Anche le altre figlie  diedero alla luce altri nipotini, ma proprio io crescevo insieme al nonno e fin da bambino assistevo  ai suoi spettacoli anche 

 

se di giorno mi divertivo a giocare con i pupi. Man mano che crescevo diventa vo un aiutante di seconda quinta. Gli anni trascorrono e il nonno invecchia, tanto da non reggere più il la fatica della manovra dei pupi e della recita, così io mi trasferisco  al suo posto in prima quinta  nella manovra dei pupi, mentre il nonno si occupa della recita e della direzione dello spettacolo, ma ciò per lui è un sofferenza  perché un vero puparo deve manovrare e recitare. Intanto cinema e televisione attirano a sé i giovani, che  sempre più attratti dalle nuove tecnologie, non vanno più ad assistere allo spettacolo dell’opera dei pupi.  Al piccolo teatro si vedono sempre le stesse facce, ma finché si può, lo spettacolo và avanti,  il giorno seguente bisogna occuparsi di ripulire, sistemare, lucidare le armature, pitturare una nuova  tela o scolpire una nuova testa. Il tempo passa inesorabilmente, il nonno invecchia e con lui anche molti dei suoi assidui spettatori, quindi gli spettacoli diminuiscono di numero, fino a che si farà soltanto uno spettacolo a settimana. Io intanto sono chiamato alle armi e il nonno riesce sempre con più grande fatica ad allestire uno spettacolo. Passa il tempo e il nonno viene ad abitare a casa mia, è una cosa che mi riempie di gioia, dividiamo la stessa stanza e la sera quando andiamo a letto scherziamo, ma di spettacoli non se ne parla più, tranne qualche raro spettacolo organizzato per qualche turista. 


L’opera dei pupi sta per scomparire. Un giorno, un medico palermitano, amante dei pupi siciliani, il Dott. Antonio Pasqualini, decide di comprare tutto ciò che i pupari  sono disposti a vendere e crea un museo unico al mondo . Anche mio nonno Gaspare vende tutto ciò che componeva il suo glorioso teatrino, pupi, scene, cartelloni, quinte scene. A quel punto non ha più le sue adorate creature e non ha più voglia di vedere nessuno, certe volte mi chiedo perché gli abbiamo lasciato vendere tutto , ma forse questa scelta  è da attribuire alla mancanza di pubblico, alle modernità, fatto sta che quel famoso teatrino di via Manzoni, da quel momento smetterà di esistere. Per iniziativa della Regione Siciliana, mio nonno, Don Gaspare Canino, verrà premiato con una targa d’argento come Cavaliere del Folklore Siciliano, ricevuta al museo Pitrè,  è  in quell’occasione che dona alla fondazione un vecchio pupo costruito da suo nonno Liberto. Nel 1977 il nonno muore, ma forse la parola fine non era mai stata scritta , forse il nonno da lassù voleva che qualcuno continuasse l’opera dei pupi e per questo i casi della vita hanno voluto che dopo essermi sposato con Maria Assunta e aver creato una famiglia tutta mia con due splendidi figli: Tommaso e Gaetano,  

un giorno del 1990 ricevetti una telefonata  per allestire una mostra con ciò che era rimasto del teatro del mio caro nonno . Portai alla mostra tutti gli attrezzi del nonno che mia madre custodiva gelosamente in cantina, fui aiutato anche dal puparo di Partinico, mio parente, che mi prestò alcune scene e alcuni cartelloni che arricchirono la mostra. Fu allora che mi resi conto che potevo far rivivere in qualche modo questa antica tradizione, affettuosamente ricordata dagli anziani del paese. Il grande desiderio di mio nonno , quello di vedere un suo diretto erede continuare la tradizione pupara, sembrava volersi realizzare. Dopo circa due mesi completai la mia prima creatura rivestita d’armatura e con tanto di pennacchio. Forse non era bello come quelli realizzati da mio nonno, ma per me era il mio primo pupo, motivo di orgoglio e di grande soddisfazione. Capii in quel momento che mio nonno non era morto del tutto, che la sua arte e la sua maestria potevano continuare a vivere attraverso le mia mani e la mia voce.li continui di spettacoli, portando in scena le gesta dei paladini di Francia , Guido Santo , Trabazio, Imperatore di Costantinopoli, Santa Genoveffa, i Beati Paoli. Il Pitrè, nei suo i manoscritti, descriveva  il Canino come il Robespierre dell’Opera dei pupi. Il teatrino di Don Liberto, anche se piccolo risultava bello a vedersi , col suo frontale variopinto

 e le panche rivestite di velluto pregiato. 


Il Greco, a quel punto, decise di spostarsi dalla città ma mantenne comunque uno stretto rapporto di amicizia col Canino. Don Liberto Canino aveva due figli: Antonio e Luigi che, una volta appresa l’arte del padre, si trasferirono uno a Partinico (PA), l’altro ad Alcamo (TP). Don Luigi si sposò con Maria Concetta La Rocca  e da questa ricevette cinque figli, quattro maschi e una femmina:  Alberto, Giuseppe, Gaspare Guglielmo e Rosetta. Don Luigi si costruiva i pupi, ma non sapeva scolpire le teste  né tanto meno  sapeva dipingere cartelloni e scene, che erano costruite sempre da abili artigiani. Nei primi anni del 1900 Don Luigi si recò in Argentina, ma sentendo la mancanza della sua adorata Sicilia ben presto tornò, vendendo però i suoi pupi, e anche se ne ricavò buoni guadagni,  era pur sempre triste e amareggiato. Ritornato ad Alcamo, ritrovò pian piano la forza di ricominciare a occuparsi dell’arte pupara, soprattutto sostenuto da due dei cinque figli che seguiranno le sue orme, Gaspare e Guglielmo. Guglielmo si trasferirà a Sciacca, mentre Gaspare resterà ad aiutare il padre. Il tempo passò e Don Luigi, inevitabilmente invecchiò e non reggeva più il peso dei pupi visto che avevano un continuo bisogno di manutenzione.  Gaspare  a quel punto si rimboccò le maniche, rimise tutto a posto e fece risplendere  il vecchio teatrino di via Manzoni  ad Alcamo e riprese a portare  in scena Orlando e Rinaldo.